Ha
forma rettangolare. Misura pressappoco un centinaio di metri quadrati. Eppure
questo spazio angusto è, da sempre,
il
posto dell’anima, della vita, il cuore della cittadina.
Qui
è passata e passa tutta la storia del
Paese.
A’ chjàzza, la piazza: il posto più importante di tutto il paese!
L’antica e classica agorà: luogo di assemblee, raduno, mercato. Gode dell’ombra
della matrice, il più noto edificio di culto.
Ni
vidèmu a llà chjàzza: ci vediamo in piazza. Iè n’omu ì chjàzza: è persona di piazza! Lo trovi sempre in piazza! Si nni stànu ‘mmenzu a stà chjàzza: stanno
impalati in piazza. Va spìa a ssà chjàzza: vai
a vedere chi c’è o cosa accade in piazza. Non ti firmà a la chjàzza!: non fermarti in piazza, oltrepassala di
buon passo. Non perder tempo parlando. Non distrarti. Vòi vidi
ca iè a lla chjàzza?: scommetto che è in piazza. Vulèra sapì chi fànu ’mmènzu stà chjàzza: vorrei sapere cosa fanno in piazza (invece di attendere ad altre
occupazioni o faccende). Ncàsa stà cìttu ma fa sèmpi càrti a la
chjàzza: a casa
non parla ma in piazza tiene banco. Iè
scìsu a la chjàzza: è’ sceso in
piazza (E’ uscito di casa). Si ‘ù vòi truvà, gìra pì sà chjàzza: se vuoi trovarlo, fatti una giratina in
piazza. ‘A ddù vòi chi sìa: vìdi a lla chjàzza: non pensare che sia in un posto diverso dalla piazza. Va tròva cu c’è ’mmenzu stà chjàzza: chi si trova a quest’ora in piazza. ‘Mmènzu à chjàzza: nel solo perimetro della piazza.
Mormanno
è la sua piazza e la piazza è Mormanno.
Mi
vengono in mente le antiche eterie di ellenica memoria, cioè quei raduni che
servivano a rinsaldare le amicizie, a concludere affari, a scambiarsi vedute, a
commentare fatti ed avvenimenti, a fare politica.
Il
posto vive. Scandisce la vita di ognuno. Vi si passa da appena concepito, poi
nel pancione della mamma, poi per il battesimo, la cresima, il matrimonio e da
ultimo il funerale. La piazza è testimone di tutti i momenti della vita, delle
sue gioie e dei suoi dolori. Come si fa a non amarla?
Vi
passano speranze racchiuse in valigie e delusioni.
Vi
passano poveri e ricchi, vecchi e bambini.
Vi
passano poeti e filosofi. Si discute di tutto a cominciare dalla quintessenza
delle cose fino ai massimi sistemi. Difficili sono le contraddizioni. I Soloni
sono troppi e ferrati!
Vi
passa pure la politica con i suoi calorosi accanimenti.
E’
problematico essere d’accordo: quando
sembra raggiunta una conclusione ed una condivisione anche parziale degli argomenti
trattati, ci si lascia con uno stàtti
bònu, stammi bene, e con un agitar di braccia che è insieme un saluto e una
liberazione dal o dagli interlocutori dalle idee diverse.
Questo
statti bònu rasenta il vaffa grilliano anche se non detto ad alta voce.
Senza
far alcun torto a Re Umberto I, proporrei di intitolare la piazza ad un concittadino.
Giovanni
Donadio è già ricordato da due lapidi, poste sull’antico corpo di guardia: una
indica un breve tratto di strada a lui intitolata; l’altra, commemorativa, ne
sintetizza la vita e l’opera .
E’
in bella mostra una meridiana che richiama tutti ad una vita operosa
ricordandoci il trascorrere del tempo da non sprecare nell’ozio. Tempori servio!
Sul
muro della Chiesa infine una grande lastra riporta i nomi dei Caduti nella
Prima Guerra Mondiale ricordando così il sacrificio di sangue che Mormanno ha
dato alla causa.
Leggiamo.
Con rispetto.
Apollaro
Giuseppe, Apollaro Francesco, Apollaro Tommaso, Apollaro Giuseppe, Alberti Giuseppe,
Alberti Carmine, Alberti Antonio, Alberti Giuseppe, Alberti Domenico, Armentano
Alfonso, Armentano Carmine, Barletta Luigi, Bloise Benedetto, Bloise Domenico,
Cantisani Francesco, Cantisani Giovanni, Cersosimo Giuseppe, Cersosimo Emilio, Cersosimo Antonio, Cersosimo
Giuseppe, Cersosimo
Domenico, Confessore Giuseppe, Coco Vincenzo, D’Alessandro Vincenzo, De
Franco Giuseppe, De Franco Fedele, Donnici Domenico, Fortunato
Domenico, Fortunato
Santo, Fortunato Antonio, Gabriele Vincenzo, Galizia Giuseppe, Galtieri
Luigi, Greca Luigi, Grisolia Nicola, Leone Giovanni, Maradei Domenico, Maradei
Rocco, Minervini Lorenzo,
Oliva Vincenzo, Pagliaro Francesco,
Pappaterra Giuseppe,
Perrone Carmine, Perrone Biase, Perrone Valentino, Perrone
Antonio, Perrone Biagio, Perrone Luigi, Perrone Carmine, Perrone Giuseppe,
Presta Domenico,
Presta Antonio, Ranaldo (?) Giuseppe,
Regina Biagio, Regina
Francesco, Regina Carmine, Regina Biasantonio, Rotondaro Pietro, Rotondaro
Raffaele, Rotondaro Francesco, Rotondaro Raffaele, Russo Giuseppe, Sola
Antonio, Sola Domenico, Sola Carmine, Sola Biagio, Sola Vincenzo, Tenente Alberti
Gaetano, medaglia d’oro al valor militare.
La
piazza è stata ed è anche luogo di commerci e di transiti.
Oggi
sostiene questa funzione con molto affanno.
Il
caotico traffico le toglie il respiro.
Continuano
a passarvi processioni con Santi ondeggianti sulle portantine.
Le
campane suonano sempre. Si scatenano per
le feste patronali. L’orologio sul campanile ha una frequenza incalzante e
mette a dura prova i neuropatici e gli insonni.
La
piazza non sarebbe nulla senza il suo pezzo
cioè il lungo sedile che costeggia il
muro della parrocchiale.
Una
leggenda metropolitana vuole che esso appartenga ai lainesi che a seguito di
uno scambio con una loro non meglio identificata montagna, ne avrebbero acquisito lo jus sedendi et usandi .
A
parte tutto, se non vi fosse, mancherebbe il più significativo salotto.
Bisognerebbe
forse inventarsene uno, tanto è importante nella vita paesana.
Il
sole vi si affaccia al mattino. D’estate
solo per qualche ora e di striscio. In
questa stagione è occupato di buon’ora, specialmente dagli anziani.
Sono
i membri della senectus locale, i patres amati e rispettati. Parlano dei
mali dell’età, della gioventù perduta, dei loro affetti. Guardano e sbirciano
le donne, spettegolando anche. I loro strali colpiscono anche gli uomini, specialmente
i politici locali, le guardie, gli impiegati… e chiunque venga loro a tiro.
Parlano, ciarlano. Sentenziano: ‘Alli
tèmpi mèi ’ssi còsi non succidìanu! Si
portano da casa un cartone o un cuscino per attenuare il freddo del cemento.
Tra
le dodici e le tredici se ne
impossessano i giovani.
Tra
le tredici e trenta e le quattordici è occupato dalle maestranze che poi vanno
a riprendere il lavoro.
Intorno
alle quindici ricomincia la processione degli attempati che lo lasciano ai
rintocchi dell’Avemaria.
Difficile
è trovar posto in mezzo a tale schiera.
Dalle
diciotto alle ventuno, è di nuovo dei giovani, di madri con passeggini e di chi vi siede dopo
lo struscio.
Nelle
notti agostane non è abbandonato mai. E’ vivo fino all’alba.
Pezzo
e piazza: una simbiosi perfetta.
Entrambi
sono raramente privi di gente.
La
piazza è completamente vuota solo nelle lunghe ed interminabili notti invernali,
in balia della gelida tramontana o del turbinio sfarfallante della neve.
Come
dépendance della piazza non è da
trascurare sùtta u’ campànaru, spazio insostituibile come riparo dalla
pioggia, anche se la lavìna bagna i
piedi.
‘U campanàru poi incombe. Quasi ti cade
addosso. La sua struttura
originariamente più bassa di stile protogotico, è stata da tempo modificata e
soprelevata senza adeguamento al progetto originale.
Il
suo interno si è trasformato in una sporca colombaia.
Nonostante
lo smog, il rumore, il bailamme, specie quello estivo, ognuno ama la piazza
come una persona e credo la sogni ovunque si trovi. E’ un amore radicato,
tenace, inevitabile, schietto e sincero come il sole che l’illumina, la pioggia
che vi batte, la neve che vi turbina, i profumi della primavera, gli odori, i
suoni, i colori del cielo, le luci delle notti punteggiate di stelle, i visi ed
i sorrisi degli amici e le strette di mano seguite dal balenar di pupille e dal
trasfondersi delle anime.

Nessun commento:
Posta un commento