venerdì 22 gennaio 2016

La piazza di Mormanno




Parlare della piazza di Mormanno non è facile.
Ha forma rettangolare. Misura pressappoco un centinaio di metri quadrati. Eppure questo spazio angusto è, da sempre,
il posto dell’anima, della vita, il cuore della cittadina.
Qui è passata e passa tutta la storia del Paese.
A’ chjàzza, la piazza: il posto più importante di tutto il paese! L’antica e classica agorà: luogo di assemblee, raduno, mercato. Gode dell’ombra della matrice, il più noto edificio di culto.
Ni vidèmu a llà chjàzza: ci vediamo in piazza. Iè n’omu ì chjàzza: è persona di piazza! Lo trovi sempre in piazza! Si nni stànu ‘mmenzu a stà chjàzza:  stanno impalati in piazza. Va spìa a ssà chjàzza: vai a vedere chi c’è o cosa accade in piazza. Non ti firmà a la chjàzza!: non fermarti in piazza, oltrepassala di buon passo. Non perder tempo parlando. Non distrarti.  Vòi vidi ca iè a lla chjàzza?: scommetto che è in piazza. Vulèra sapì chi fànu ’mmènzu stà  chjàzza: vorrei sapere cosa fanno in piazza (invece di attendere ad altre occupazioni o faccende). Ncàsa stà cìttu ma fa sèmpi càrti a la chjàzza:  a casa non parla ma in piazza tiene banco. Iè scìsu a la chjàzza: è’ sceso in piazza (E’ uscito di casa). Si ‘ù vòi truvà, gìra pì sà chjàzza: se vuoi trovarlo, fatti una giratina in piazza. A ddù vòi chi sìa: vìdi a lla chjàzza: non pensare che sia in un posto diverso dalla piazza. Va tròva cu c’è ’mmenzu stà chjàzza: chi si trova a quest’ora in piazza. ‘Mmènzu à chjàzza: nel solo perimetro della piazza.
Mormanno è la sua piazza e la piazza è Mormanno.
Mi vengono in mente le antiche eterie di ellenica memoria, cioè quei raduni che servivano a rinsaldare le amicizie, a concludere affari, a scambiarsi vedute, a commentare fatti ed avvenimenti, a fare politica.
Il posto vive. Scandisce la vita di ognuno. Vi si passa da appena concepito, poi nel pancione della mamma, poi per il battesimo, la cresima, il matrimonio e da ultimo il funerale. La piazza è testimone di tutti i momenti della vita, delle sue gioie e dei suoi dolori. Come si fa a non amarla? 
Vi passano speranze racchiuse in valigie e delusioni.
Vi passano poveri e ricchi, vecchi e bambini.
Vi passano poeti e filosofi. Si discute di tutto a cominciare dalla quintessenza delle cose fino ai massimi sistemi. Difficili sono le contraddizioni. I Soloni sono troppi e ferrati!
Vi passa pure la politica con i suoi calorosi accanimenti.
E’  problematico essere d’accordo: quando sembra raggiunta una conclusione ed una condivisione anche parziale degli argomenti trattati, ci si lascia con uno stàtti bònu, stammi bene, e con un agitar di braccia che è insieme un saluto e una liberazione dal o dagli interlocutori dalle idee diverse.
Questo statti bònu rasenta il vaffa  grilliano anche se non detto ad alta voce.
Senza far alcun torto a Re Umberto I, proporrei di intitolare la piazza ad un concittadino.
Giovanni Donadio è già ricordato da due lapidi, poste sull’antico corpo di guardia: una indica un breve tratto di strada a lui intitolata; l’altra, commemorativa, ne sintetizza la vita e l’opera .
E’ in bella mostra una meridiana che richiama tutti ad una vita operosa ricordandoci il trascorrere del tempo da non sprecare nell’ozio. Tempori  servio!
Sul muro della Chiesa infine una grande lastra riporta i nomi dei Caduti nella Prima Guerra Mondiale ricordando così il sacrificio di sangue che Mormanno ha dato alla causa.
Leggiamo. Con rispetto.
Apollaro Giuseppe, Apollaro Francesco, Apollaro Tommaso, Apollaro Giuseppe, Alberti Giuseppe, Alberti Carmine, Alberti Antonio, Alberti Giuseppe, Alberti Domenico, Armentano Alfonso, Armentano Carmine, Barletta Luigi, Bloise Benedetto, Bloise Domenico, Cantisani Francesco, Cantisani Giovanni, Cersosimo Giuseppe, Cersosimo Emilio, Cersosimo Antonio, Cersosimo Giuseppe, Cersosimo Domenico, Confessore Giuseppe, Coco Vincenzo, D’Alessandro Vincenzo, De Franco Giuseppe, De Franco Fedele, Donnici Domenico, Fortunato Domenico, Fortunato Santo, Fortunato Antonio, Gabriele Vincenzo, Galizia Giuseppe, Galtieri Luigi, Greca Luigi, Grisolia Nicola, Leone Giovanni, Maradei Domenico, Maradei Rocco, Minervini Lorenzo, Oliva Vincenzo, Pagliaro Francesco, Pappaterra Giuseppe, Perrone Carmine, Perrone Biase, Perrone Valentino, Perrone Antonio, Perrone Biagio, Perrone Luigi, Perrone Carmine, Perrone Giuseppe, Presta Domenico, Presta Antonio, Ranaldo (?) Giuseppe, Regina Biagio, Regina Francesco, Regina Carmine, Regina Biasantonio, Rotondaro Pietro, Rotondaro Raffaele, Rotondaro Francesco, Rotondaro Raffaele, Russo Giuseppe, Sola Antonio, Sola Domenico, Sola Carmine, Sola Biagio, Sola Vincenzo, Tenente Alberti Gaetano, medaglia d’oro al valor militare.
La piazza è stata ed è anche luogo di commerci e di transiti. 
Oggi sostiene questa funzione con molto affanno.
Il caotico traffico le toglie il respiro. 
Continuano a passarvi processioni con Santi ondeggianti sulle portantine. 
Le campane  suonano sempre. Si scatenano per le feste patronali. L’orologio sul campanile ha una frequenza incalzante e mette a dura prova i neuropatici e gli insonni.
La piazza non sarebbe nulla senza il suo pezzo  cioè il lungo sedile che costeggia il muro della parrocchiale.
Una leggenda metropolitana vuole che esso appartenga ai lainesi che a seguito di uno scambio con una loro non meglio identificata montagna, ne avrebbero acquisito lo jus sedendi et usandi .
A parte tutto, se non vi fosse, mancherebbe il più significativo salotto.
Bisognerebbe forse inventarsene uno, tanto è importante nella vita paesana. 
Il sole vi si affaccia  al mattino. D’estate solo per qualche ora e di striscio.  In questa stagione è occupato di buon’ora, specialmente dagli anziani.
Sono i membri della senectus locale, i patres amati e rispettati. Parlano dei mali dell’età, della gioventù perduta, dei loro affetti. Guardano e sbirciano le donne, spettegolando anche. I loro strali colpiscono anche gli uomini, specialmente i politici locali, le guardie, gli impiegati… e chiunque venga loro a tiro. Parlano, ciarlano. Sentenziano: ‘Alli tèmpi mèi ’ssi còsi non succidìanu!  Si portano da casa un cartone o un cuscino per attenuare il freddo del cemento.
Tra le dodici e le tredici  se ne impossessano i giovani.  
Tra le tredici e trenta e le quattordici è occupato dalle maestranze che poi vanno a riprendere il lavoro.
Intorno alle quindici ricomincia la processione degli attempati che lo lasciano ai rintocchi dell’Avemaria.
Difficile è trovar posto in mezzo a tale schiera.
Dalle diciotto alle ventuno, è di nuovo dei giovani,  di madri con passeggini e di chi vi siede dopo lo struscio.
Nelle notti agostane non è abbandonato mai. E’ vivo fino all’alba.  
Pezzo e piazza: una simbiosi perfetta.
Entrambi sono raramente privi di gente.
La piazza è completamente vuota solo nelle lunghe ed interminabili notti invernali, in balia della gelida tramontana o del turbinio sfarfallante della neve.
Come dépendance della piazza non è da trascurare sùtta u’ campànaru, spazio insostituibile come riparo dalla pioggia, anche se la lavìna bagna i piedi.
U campanàru poi incombe. Quasi ti cade addosso. La sua  struttura originariamente più bassa di stile protogotico, è stata da tempo modificata e soprelevata senza adeguamento al progetto  originale.
Il suo interno si è trasformato in una sporca colombaia.  
Nonostante lo smog, il rumore, il bailamme, specie quello estivo, ognuno ama la piazza come una persona e credo la sogni ovunque si trovi. E’ un amore radicato, tenace, inevitabile, schietto e sincero come il sole che l’illumina, la pioggia che vi batte, la neve che vi turbina, i profumi della primavera, gli odori, i suoni, i colori del cielo, le luci delle notti punteggiate di stelle, i visi ed i sorrisi degli amici e le strette di mano seguite dal balenar di pupille e dal trasfondersi delle anime.

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