…Ritorniamo
a Bivio Avena ove sta sorgendo un moderno villaggio e da qui proseguiamo per la Grotta del Romito, uno dei
più importanti insediamenti preistorici della Calabria.
Strada
facendo incontriamo il rudere dell’antico monastero di Sant’Elia alla
Nuppolara. Un po’ stanchi e trafelati perveniamo infine alla Grotta.
In
tempi storici fu abitata da romiti penitenti, da cui il nome.
Il 7
giugno 1961 Agostino Miglio, direttore del Museo Comunale di Castrovillari
avendo avuto generiche segnalazioni da varie persone del luogo, accompagnato
dal signor Guido Spanò si recò sul posto e, costatata l’importanza della
scoperta, avvisò cortesemente il professor Paolo Graziosi (foto a destra),
già noto antropologo allora in servizio presso la sezione di paletnologia, Via
S Egidio, 21, dell’Università degli Studi di Firenze, che poco dopo insieme
agli stessi venne a Papasidero.
Il
Graziosi rendendosi conto che il posto poteva essere stato abitato da comunità
preistoriche, ravvisò la necessità di avviare una campagna di scavi dandone
comunicazione al dottor Giuseppe Foti, allora Soprintendente Regionale della
Calabria.
Due anni
dopo, espletate le necessarie procedure, iniziarono i lavori che lo stesso
professore diresse personalmente, affiancato da un’équipe altamente qualificata
composta dalla dottoressa Mara Guerri, dal professor Santo Tinè, dal tecnico
della Soprintendenza signor Giuseppe Pellegrino ed altri operatori.
Si
distinse per zelo, devozione e passione, il signor Battista Cersosimo, proprietario
del posto in cui era situata la grotta che aveva usato come ricovero per le sue
greggi.
Ci
facciamo guidare dal vegeto e solerte Cersosimo, difensore, per tanti anni,
dell’integrità del Toro e del deposito.
Dopo una
ripida discesa tra alberi ombrosi di leccio si para davanti a noi un posto che
col suo silenzio ci dà un senso di distacco dal mondo e dai suoi problemi.
Di
fronte ci appare una roccia che quasi ci sovrasta.
Essa
protegge, quasi piegandovisi sopra, un’area che misura in lunghezza circa 34 metri.
Tale riparo[1]
fu uno degli elementi naturali maggiormente utilizzato dall’Homo sapiens
mediterraneo.
Sotto la
sua ombra vivevano le donne attese ai lavori domestici e alle cure parentali.
Fu anche
officina per gli uomini, circolo ricreativo, ristorante all’aperto, luogo di riunione
per culti e riti sacri.
Al di
sotto di tale area, compresa tra due massi decorati[2],
vi era la necropoli.
La prima sepoltura,
scavata nel 1963, è conservata nel Museo di Storia Naturale di Reggio Calabria.
I due corpi erano
deposti in una piccola fossa ovale, supini, sdraiati uno sull’altro.
La donna ricopriva parzialmente la spalla
sinistra dell’uomo poggiandovi la nuca. Un grosso frammento d’osso di bos primigenius
si trovava sul femore sinistro dell’uomo ed un altro pezzo era sulla sua spalla
destra. Siamo di fronte ad un ben preciso rituale funebre. I due individui di
circa 15-20 anni d’età, erano di statura molto piccola, addirittura patologica
nella femmina, già affetta da diffusa osteoporosi.
Il
maschio era alto un metro e quaranta centimetri e la donna solamente 85 centimetri.
La
posizione dei corpi, il loro abbraccio commovente, tutto il rituale usato
m’inducono a ribattezzare il posto come Grotta dell’Amore[3].
La
seconda sepoltura, scavata nel 1964, si trova a Firenze e precisamente nel
Museo Fiorentino di Preistoria[4].
Si tratta di due
scheletri umani di sesso diverso posti anch’essi uno sull’altro.
Avevano circa 30 anni
e la loro statura era di metri 1 e 46 nella donna e metri 1 e 55 nell’uomo.
Erano di conformazione gracile ma perfettamente sani.
Giacevano con le
gambe flesse.
Il cranio del maschio
mostra tratti del tipo Cro-magnon che nell’area mediterranea aveva una struttura
meno massiccia del suo contemporaneo vissuto nella Liguria e nel meridione
della Francia.
La terza
sepoltura si trovava nell’interno della grotta.
Vi erano
stati deposti due individui di sesso maschile sdraiati sul dorso, affiancati, e
con le braccia distese. Durante lo sterro venne distrutto il cranio di uno di
essi. Proseguendo i lavori si constatò che la buca era stata precedentemente manomessa.
Nel rimaneggiato fu trovata una porzione di scatola cranica e metà di una
faccia. Molte altre ossa erano state spostate e in parte danneggiate.
I resti,
non esposti, sono conservati a Firenze.
Al
Romito vi sono solo i calchi delle sepolture trovate sotto il riparo realizzati
dalla équipe dei professori Giacomo Giacobini e Francesco Mallegni.
Dopo la
necropoli visitiamo la stanza da letto, cioè la grotta vera e propria alla
quale si accede attraverso un breve pertugio posto a sinistra del riparo
Le stalattiti sono disposte a frange e a cuspidi di prevalente
colore bianco. Ritorniamo all’aperto e proseguiamo l’esplorazione.
La nostra
attenzione è attratta da un grosso masso decorato sul quale subito ci appare il
graffito del Toro del Romito. La composizione è espressa con un sapiente
naturalismo ed è straordinariamente analitica.
Lo scopo
dell’incisione non è solamente quello dell’arte per l’arte, ma vuole essenzialmente
rappresentare un rito o momenti di più riti e magie propiziatorie. L’animale è
la preda ambita che prima di essere uccisa viene magicamente fermata sulla pietra.
Il
graffito lungo un metro e venti centimetri è di proporzioni perfette. Il
disegno è tracciato in un sol getto ed è inciso senza rifacimenti con tratto
profondo ed uniforme.
Le corna
a profilo chiuso, sono proiettate in avanti.
Sono
descritte con cura le narici, la bocca, l’occhio.
Appena
accennato è l’orecchio.
Sono
evidenti le ampie pieghe cutanee del possente collo taurino.
Un
segmento che attraversa obliquamente la figura dell’animale in corrispondenza
delle reni, fa pensare ad un’arma infissa nel corpo. Sono pure ben descritti
gli zoccoli fessurati. Al di sotto del toro troviamo una figura più piccola di
bovide, con il muso e le corna dalle caratteristiche forme mediterranee[5].
Si nota ben poco il retrotreno a causa della sottigliezza del tratto e del suo
cattivo stato di conservazione.
L’ampia superficie
anteriore del masso contiene infine una terza figura di toro, più piccola, che
può stilisticamente considerarsi contemporanea delle due precedenti.
A circa
dieci metri di distanza una grossa pietra sdraiata presenta numerose incisioni
lineari disposte senza alcun ordine.
Alcune sono profonde,
altre più sottili e sembrano non abbiano un apparente significato.
Occorreranno
certamente ancora studi più appropriati per capire il segreto di quest’arte
lineare.
Il masso
del toro e quello delle incisioni lineari fanno pensare a due grosse stele che
racchiudono una ben precisa area rituale rappresentata dalla necropoli e
dalla sovrastante struttura posta sotto il riparo.
La
valorizzazione del sito è stata affidata alla Soprintendenza Archeologica della
Calabria con la collaborazione scientifica e museografica dell’Istituto
Italiano per l’Archeologia Sperimentale.
E qui termina la
nostra visita.
Crani ritrovati al Romito (Seconda sepoltura)
Il prototipo Cro-Magnon ha un cranio di
grande capacità (circa 1600 cm3), di forma pentagonale con ampio
sviluppo delle bozze parietali stretto e lungo, cioè dolicocefalo, a volta
piana, a fronte elevata, a faccia bassa e molto larga. Dalle dimensioni delle ossa lunga si suppone
una statura alta con femore a pilastro e tibia appiattita.
Di nuovo
al Bivio Avena per proseguire verso Papasidero.
Dopo la
frazione Montagna tortuose e pericolose curve ci accompagnano mettendo a dura
prova l’abilità di guida…
[1] Il Graziosi parlando
del posto lo definiva grotta-riparo
sottolineando così la inseparabilità dei suoi elementi costitutivi
[2] Il masso con il graffito
del toro e quello con le incisioni lineari che più avanti esamineremo.
[3]Fin dai primordi la
donna fu al centro di tutti i culti come dispensatrice di vita, di amore e di
tenerezza materna. Non a caso una delle prime manifestazioni di arte mobiliare fu
rivolta a rappresentarla. Gli studiosi francesi, per primi, chiamarono veneri
le figure femminili di quest’arte che risale alla prima fare del
paleolitico. La donna fu scolpita ignorando il viso ed evidenziando solo le
parti relative alla riproduzione (petto, glutei, ventre). La Venere di
Savignano viene rappresentata al di sotto del ventre ed è completamente
spersonalizzata dal punto di vista fisiognomico. La donna del Romito abbraccia
il suo uomo, che presumo premorto, per l’eternità.
[4]Via S. Egidio,21,
seconda sala tutta dedicata a Papasidero. Nella stessa infatti sono contenuti
in una vetrina, tutti provenienti dal Romito, circa 300 pezzi tra ossa,
schegge, frammenti fittili e qualche zagaglia. Sulla parete opposta è posto un
calco del Toro.
[5] L’arte mediterranea
o franco italiana che incontriamo pure a Levanzo, è propria di una provincia
delimitata al bacino del Tirreno e alle coste dell’Algeria. Essa trae origine
da quella franco-cantabrica e si manifesta dapprima come prettamente
naturalistica per divenire più schematica ed essenziale fino a raggiungere, con
tutte le varianti, forme di astrattismo.


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