sabato 9 luglio 2016

VISITA ALLA GROTTA DEL ROMITO (tratto da Passeggiando per il Pollino Papasidero @ 2015 Phasar Edizioni, Firenze. www.phasar.net)


…Ritorniamo a Bivio Avena ove sta sorgendo un moderno villag­gio e da qui proseguiamo per la Grotta del Romito, uno dei più importanti insediamenti preistorici della Calabria.
Strada facendo incontriamo il rudere dell’antico monastero di Sant’Elia alla Nuppolara. Un po’ stanchi e trafelati perveniamo infine alla Grotta.
In tempi storici fu abitata da romiti peni­tenti, da cui il nome.
Il 7 giugno 1961 Agostino Miglio, direttore del Museo Comu­nale di Castrovillari avendo avuto generiche segnalazioni da va­rie persone del luogo, accompagnato dal signor Guido Spanò si recò sul posto e, costatata l’importanza della scoperta, avvisò cortesemente il professor Paolo Graziosi (foto a destra), già noto antropologo allora in servizio presso la sezione di paletnologia, Via S Egidio, 21, dell’Università degli Studi di Firenze, che poco dopo insieme agli stessi venne a Papasidero.
  Il Graziosi rendendosi conto che il posto poteva essere stato abitato da comunità preistoriche, ravvisò la necessità di avviare una campagna di scavi dandone comunicazione al dottor Giuseppe Foti, allora Soprintendente Regionale della Calabria.
Due anni dopo, espletate le necessarie procedure, iniziarono i lavori che lo stesso professore diresse personalmente, affiancato da un’équipe altamente qualificata composta dalla dottoressa Mara Guerri, dal professor Santo Tinè, dal tecnico della Soprin­tendenza signor Giuseppe Pellegrino ed altri operatori.
Si distinse per zelo, devozione e passione, il signor Battista Cersosimo, proprietario del posto in cui era situata la grotta che aveva usato come ricovero per le sue greggi.
Ci facciamo guidare dal vegeto e solerte Cersosimo, difensore, per tanti anni, dell’integrità del Toro e del deposito.
Dopo una ripida discesa tra alberi ombrosi di leccio si para da­vanti a noi un posto che col suo silenzio ci dà un senso di di­stacco dal mondo e dai suoi problemi.
Di fronte ci appare una roccia che quasi ci sovrasta. 
Essa protegge, quasi piegandovisi sopra, un’area che misura in lunghezza circa 34 metri.
Tale riparo[1] fu uno degli elementi naturali maggiormente utilizzato dall’Homo sapiens mediterraneo.
Sotto la sua ombra vivevano le donne attese ai lavori dome­stici e alle cure parentali.
Fu anche officina per gli uomini, circolo ricreativo, ristorante all’aperto, luogo di riunione per culti e riti sacri.
Al di sotto di tale area, compresa tra due massi decorati[2], vi era la necropoli.
La prima sepoltura, scavata nel 1963, è conservata nel Museo di Storia Naturale di Reggio Calabria.
I due corpi erano deposti in una piccola fossa ovale, supini, sdraiati uno sull’altro.
 La donna ricopriva parzial­mente la spalla sinistra dell’uomo poggiandovi la nuca. Un grosso frammento d’osso di bos primigenius si trovava sul femore sinistro dell’uomo ed un altro pezzo era sulla sua spalla destra. Siamo di fronte ad un ben preciso rituale fune­bre. I due individui di circa 15-20 anni d’età, erano di statura molto piccola, addirittura pa­tologica nella femmina, già af­fetta da diffusa osteoporosi.
Il maschio era alto un metro e quaranta centimetri e la donna solamente 85 centimetri.
La posizione dei corpi, il loro abbraccio commovente, tutto il rituale usato m’inducono a ribattezzare il posto come Grotta dell’Amore[3].
La seconda sepoltura, scavata nel 1964, si trova a Firenze e precisa­mente nel Museo Fiorentino di Preistoria[4].
Si tratta di due scheletri umani di sesso diverso posti anch’essi uno sull’altro.
Avevano circa 30 anni e la loro statura era di metri 1 e 46 nella donna e metri 1 e 55 nell’uomo. Erano di conformazione gracile ma perfettamente sani.
Giacevano con le gambe flesse.
Il cranio del maschio mostra tratti del tipo Cro-magnon che nell’area mediterranea aveva una struttura meno massiccia del suo contempo­raneo vissuto nella Liguria e nel meridione della Francia.
La terza sepoltura si trovava nell’interno della grotta.
Vi erano stati deposti due individui di sesso maschile sdraiati sul dorso, affiancati, e con le braccia distese. Durante lo sterro venne distrutto il cranio di uno di essi. Proseguendo i lavori si constatò che la buca era stata precedentemente manomessa. Nel rimaneggiato fu trovata una porzione di scatola cranica e metà di una faccia. Molte altre ossa erano state spostate e in parte danneggiate.
I resti, non esposti, sono conservati a Firenze.
Al Romito vi sono solo i calchi delle sepolture trovate sotto il riparo realizzati dalla équipe dei professori Giacomo Giacobini e Francesco Mallegni.
Dopo la necropoli visitiamo la stanza da letto, cioè la grotta vera e propria alla quale si accede attraverso un breve pertugio posto a sinistra del riparo 
Attualmente nell’interno sono agibili due sale. Numerose sono le congregazioni stalagmitiche. 
Le stalattiti sono disposte a frange e a cuspidi di prevalente colore bianco. Ritorniamo all’aperto e proseguiamo l’esplorazione. 

La nostra attenzione è attratta da un grosso masso decorato sul quale subito ci appare il graffito del Toro del Romito. La composizione è espressa con un sapiente naturalismo ed è straordinariamente analitica.
Lo scopo dell’incisione non è solamente quello dell’arte per l’arte, ma vuole essenzialmente rappresentare un rito o mo­menti di più riti e magie propiziatorie. L’animale è la preda am­bita che prima di essere uccisa viene magicamente fermata sulla pietra.
Il graffito lungo un metro e venti centimetri è di proporzioni perfette. Il disegno è tracciato in un sol getto ed è inciso senza rifacimenti con tratto profondo ed uniforme.
Le corna a profilo chiuso, sono proiettate in avanti.
Sono descritte con cura le narici, la bocca, l’occhio.
Appena accennato è l’orecchio.
Sono evidenti le ampie pieghe cutanee del possente collo tau­rino.
Un segmento che attraversa obliquamente la figura dell’animale in corrispondenza delle reni, fa pensare ad un’arma infissa nel corpo. Sono pure ben descritti gli zoccoli fessurati. Al di sotto del toro troviamo una figura più piccola di bovide, con il muso e le corna dalle caratteristiche forme mediterranee[5]. Si nota ben poco il retrotreno a causa della sottigliezza del tratto e del suo cattivo stato di conservazione.
L’ampia superficie anteriore del masso contiene infine una terza figura di toro, più piccola, che può stilisticamente considerarsi contemporanea delle due precedenti.
A circa dieci metri di distanza una grossa pietra sdraiata pre­senta numerose incisioni lineari disposte senza alcun ordine.
Alcune sono profonde, altre più sottili e sembrano non abbiano un apparente significato.
Occorreranno certamente ancora studi più appropriati per ca­pire il segreto di quest’arte lineare.
Il masso del toro e quello delle incisioni lineari fanno pensare a due grosse stele che racchiudono una ben precisa area rituale rappresentata dalla necropoli e dalla sovrastante struttura po­sta sotto il riparo.
La valorizzazione del sito è stata affidata alla Soprintendenza Archeologica della Calabria con la collaborazione scientifica e museografica dell’Istituto Italiano per l’Archeologia Sperimen­tale.
E qui termina la nostra visita.

 Crani ritrovati al Romito (Seconda sepoltura)

Il prototipo Cro-Magnon ha un cranio di grande capacità (circa 1600 cm3), di forma pentagonale con ampio sviluppo delle bozze parietali stretto e lungo, cioè dolicocefalo, a volta piana, a fronte elevata, a faccia bassa e molto larga.  Dalle dimensioni delle ossa lunga si suppone una sta­tura alta con femore a pilastro e tibia appiattita.
Di nuovo al Bivio Avena per proseguire verso Papasidero.
Dopo la frazione Montagna tortuose e pericolose curve ci ac­compagnano mettendo a dura prova l’abilità di guida…      
  




[1] Il Graziosi parlando del posto lo definiva grotta-riparo sottolineando così la inseparabilità dei suoi elementi costitutivi
[2] Il masso con il graffito del toro e quello con le incisioni lineari che più avanti esamineremo.
[3]Fin dai primordi la donna fu al centro di tutti i culti come dispensatrice di vita, di amore e di tenerezza materna. Non a caso una delle prime manifestazioni di arte mobiliare fu rivolta a rappresentarla. Gli studiosi francesi, per primi, chiamarono veneri le figure femminili di quest’arte che risale alla prima fare del paleolitico. La donna fu scolpita ignorando il viso ed evidenziando solo le parti relative alla riproduzione (petto, glutei, ventre). La Venere di Savignano viene rappresentata al di sotto del ventre ed è completamente spersonalizzata dal punto di vista fisiognomico. La donna del Romito abbraccia il suo uomo, che presumo premorto, per l’eternità.
[4]Via S. Egidio,21, seconda sala tutta dedicata a Papasidero. Nella stessa infatti sono contenuti in una vetrina, tutti provenienti dal Romito, circa 300 pezzi tra ossa, schegge, frammenti fittili e qualche zagaglia. Sulla parete opposta è posto un calco del Toro.
[5] L’arte mediterranea o franco italiana che incontriamo pure a Levanzo, è propria di una provincia delimitata al bacino del Tirreno e alle coste dell’Algeria. Essa trae origine da quella franco-cantabrica e si manifesta dapprima come prettamente naturalistica per divenire più schematica ed essenziale fino a raggiungere, con tutte le varianti, forme di astrattismo.













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